di Roberta Corona L?avrebbe fatto anche mio padre. Questo il primo pensiero che mi ha folgorato la mente, mentre apprendevo attonita, non solo che Nicola Calipari era stato ucciso, ma che era morto per fare scudo con il suo corpo a Giuliana Sgrena.
Molto si ? detto, sebbene ancora troppo poco, sulle capacit? professionali e sull?eroismo di quest?uomo. Lo hanno fatto i media, le Istituzioni pi? alte dello Stato, i colleghi e la famiglia della giornalista liberata, la stessa Giuliana Sgrena dal suo letto d?ospedale. Tutti accomunati ? pur distinguendosi a seconda del proprio vissuto pubblico e personale ? da commozione intensa per la morte assurda di un uomo per bene; da profonda riconoscenza verso chi ha dato la propria vita per un?altra; da un affetto ?senza se e senza ma? verso l?amico che tutti vorremmo avere; da un convinto e pi? che comprensibile orgoglio nazionale per essere questo un eroe tutto italiano. E, con gli stessi sentimenti, lo hanno fatto anche i colleghi di Nicola Calipari: con commozione, riconoscenza, affetto, orgoglio. Ma ho colto tra questi ultimi e ?tutti gli altri? una differenza sostanziale: nei colleghi di Nicola non v?era traccia di ?stupore?, per il fatto che ?uno di loro? avesse dato la propria vita per salvarne un?altra. Ed ? di questo che desidero parlare, poich? anche in me non v?? traccia di ?stupore?. Io non sono una collega di Nicola, ma idealmente una sua ?figlia??una della sua ?famiglia?. Sin da piccoli, infatti, io e mio fratello abbiamo trascorso buona parte della nostra vita all?ombra della Polizia di Stato, poich? mio padre era un ufficiale del Corpo. Anni felici e spensierati, quelli della nostra infanzia, soprattutto alla Scuola Sottufficiali di Nettuno, dove restavamo affascinati dai pastori tedeschi che l? venivano addestrati sin da cuccioli; ammaliati dai cavalli che poi sfilavano il 2 giugno in Via dei Fori Imperiali; coccolati e protetti dalle guardie di mio padre, che lo amavano e lo rispettavano profondamente, e non solo perch? era un ?ufficiale?. S?, perch? mio padre era per loro prima di tutto un ?esempio?. Un esempio di cos?? un autentico ?servitore dello Stato?, e come lui, crescendo tra una caserma e l?altra della Polizia ? ovunque ?venissimo? trasferiti - ho potuto conoscere tanti e tanti che in questo gli assomigliavano. Sicch?, nel corso degli anni, il ?senso dello Stato? nella sua accezione pi? alta ? amore per la patria; ?vissuto? convinto, generoso e praticato del proprio dovere; incorruttibilit?; spirito di abnegazione e di sacrificio per il bene della collettivit? e tanto altro ancora ? ha finito con l?infiltrarsi nelle mie fibre pi? profonde, sino a renderlo parte di me stessa, pi? ancora di quanto io stessa sapessi. Sino ad oggi, quando ho scoperto di non essere ?sorpresa?? Gi?, perch? da adolescente sono poi stata ?una figlia esemplare del ?68?, di quelle che andavano alle manifestazioni di piazza, che promuovevano scioperi nella scuola, che contestavano convintamente la propria famiglia: prima di tutto ? pur amandolo profondamente ed essendone riamata - mio padre, vale a dire ?l?espressione del potere? che nella mia foga giovanile intendevo combattere. Ma la cosa davvero singolare ? che, pur essendo com?ero e non potendo in quei tempi essere diversa da ci? che ero, percepivo confusamente che lui - nella coerenza adamantina, quanto intensamente umana, del suo essere un ?servitore dello Stato? - continuava comunque ad essere ?anche? per me un ?esempio? di vita: tuttora difficile da imitare, gi? allora impossibile da non rispettare, preziosissimo per tenermi ben lontana dalla violenza degli anni di piombo e dalle connivenze ideologiche che purtroppo l?alimentavano. Un rapporto complesso, quello con mio padre, ma al contempo il pi? semplice del mondo, nella sua totale e scomodissima mancanza di parole e di fatti gettati con superficialit? nello stagno della manipolazione, uno stagno apparentemente cheto e rassicurante, ma nella realt? torbido e pericoloso. E non poteva essere diversamente, poich? un autentico ?servitore dello Stato? non manipola, non inganna, si espone in prima persona, e di questo impronta anche l?educazione dei suoi figli. Che consiste, tra l?altro, nell?insegnare con l?esempio che, prima di tutto, viene il bene ?dell?altro?: di chi soffre, di chi ? debole e indifeso, di chi ci si affida perch? crede in noi. Anche se questo pu? costarci un grande sacrificio. Ecco perch? il sacrificio, supremo, di Nicola ? nello scatenare un dolore idealmente rievocativo e ancestrale ? non mi ha ?sorpreso?. Ecco perch? io credo che il ?suo? modo di morire, pur affondando nella tragedia e in un dolore irrisolvibile sua moglie, i suoi figli, tutta la sua famiglia., non abbia per? ?sorpreso? nessuno di loro. Avrete ora capito che ho parlato di mio padre per parlarvi di Nicola. Non importa che io non abbia mai avuto l?altissimo onore di stringergli almeno la mano, poich? i suoi valori ho potuto conoscerli sin da piccola, contemplando assorta San Michele che uccide il drago. Valori che, pur non essendone assolutamente all?altezza nel mio vissuto personale, io voglio qui testimoniare per aver avuto il privilegio di vederli praticare dalle tante ?divise? che hanno affollato la mia vita. Sino al punto che l?estremo sacrificio di Nicola mi ha schiantato come tutti voi, ma non mi ha ?sorpreso?. Lui ha donato consapevolmente la propria vita per salvarne un?altra: proprio come un autentico ?servitore dello Stato?. ?Lo Stato siamo noi?? Ed infatti l?istinto di Nicola, profondamente inculcatogli dal suo spirito di servizio verso la ?collettivit??, lo ha condotto a privare se stesso e la sua famiglia di tanti anni ancora di reciproco, indissolubile amore, privilegiando alla propria vita quella di una cittadina ?appena conosciuta?. Ma Giuliana Sgrena non era una cittadina ?qualsiasi?: non certo perch? fosse una famosa giornalista al centro di un doloroso caso di portata internazionale, ma perch? Giuliana era, ?molto pi? semplicemente?, la persona che, dopo settimane d?indicibile solitudine e sofferenza, il destino gli aveva affidato. Nicola ha fatto ci? che di nobilissimo hanno gi? fatto e faranno altri come lui, oscuri eroi di cui la collettivit? che essi proteggono si avvede solo quando cadono per difenderci, ?direttamente? o ?indirettamente? che sia. Poliziotti, carabinieri, magistrati degni di questo nome, che hanno segnato con il proprio sangue la strada che avevano intrapreso, ben consapevoli delle sue tante, mortali insidie, ma che non hanno esitato a percorrerla fino in fondo. Non perch? avulsi dalla paura (chi di loro non amava la propria vita e la propria famiglia?), ma perch?, come Nicola, spinti dal coraggio che pu? provenire solo da quel drammatico, imperscrutabile, irrinunciabile ?senso del dovere e dello Stato?. Amiamo e rispettiamo i poliziotti, i carabinieri e i magistrati degni di questo nome mentre essi sono tra noi e parte di noi. Loro non giocano alla guerra, non cercano la morte per conquistare la fama e la gloria, le loro famiglie non gioiscono di postumi omaggi. Essi sono attaccati alla vita quanto lo ? ognuno di noi: rendiamogliela pi? leggera e gratificante mentre la stanno vivendo. Basta cos? poco: un sorriso a vederli passare.
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